Autobiografia

 

 Autobiografia

Alessandra Palma di Cesnola,

nata a Firenze il 09- 11- 1960.

 

 

Cosa mi ha portato ad avvicinarmi alla danza? E quali sono state le motivazioni che mi hanno fatto continuare? Com’è avvenuto l’incontro con la scuola SNDO? Una storia che si articola in cinquanta tre anni.

Ho iniziato, fin da piccola, a essere interessata a tutto ciò che voleva dire movimento.  la piccola Alessandra era vivace e forse anche un po’ agitata.

Sono nata a Firenze e già da molto piccola ricordo una predisposizione per i giochi con le mani, le forme che creavano, come burattini incredibili. In quei lunghi pomeriggi, quando i miei genitori mi chiudevano nella stanza in penombra per riposare, diventavano non ore di noia ma di scoperta.  A quel tempo, negli anni sessanta, c’erano molte scuole di danza a Firenze; ho frequentato per poco tempo la scuola di danza classica di  Daria Collin, che era  in via santo Egidio. Da bambina avevo subìto il suo fascino un po’ decadente, con quelle aule piene di legno sia per terra sia sul soffitto, a cassettone, tipico fiorentino, e poi quell’odore di pece che serviva per le scarpe con le punte. Si respirava un’atmosfera di disciplina e di timore mescolato a odori vari, come sudore, legno e battute di pianoforte nel sottofondo. La mia mamma non era particolarmente attratta da quel luogo, forse non riteneva indispensabile passare tutto quel tempo in quella scuola. Così passammo alla ginnastica artistica che invece rappresentava per me la dimensione dello spazio. Frequentavo il palazzetto dello sport a Rifredi; In quel luogo la mia fantasia si è maggiormente liberata: lo spazio era enorme, gli allenamenti molto vari e provavo un senso di libertà molto grande, oltre a scoprire che gli esercizi mi riuscivano molto bene; tra questi le spaccate, le ruote, le verticali. Le parallele mi piacevano moltissimo. Mi ricordo che quando andavo a esercitarmi non sentivo nessuno sforzo; quella sensazione l’ho riprovata molti anni dopo.

A causa di una malattia (epatite di tipo A) presa all’incirca verso gli otto anni, mia madre, per paura che mi stancassi troppo, non mi ha fatto più frequentare la ginnastica artistica e mi ha iscritto ad atletica leggera che, devo dire, era ancora più stancante e molto meno interessante per me. Ho corso tanto, ho fatto anche gare di velocità. Di quest’ultima esperienza mi è rimasto un ricordo un po’ offuscato e devo dire anche un po’ triste.

Successivamente, mia madre, che ci teneva che io facessi attività fisica, mi ha fatto praticare tanti sport diversi , dal tennis alla pallacanestro, ma poi, catturata in un turbinio di attività, dopo  una grande accelerazione alla fine tutto si è smorzato e ho avuto il rifiuto di  ogni tipo di  movimento, specialmente di quello  sportivo.

 

Questo vuoto, come dicono appunto gli orientali nella teoria del tao, è stato utile, per chiedermi e iniziare a capire cosa davvero mi piacesse.

Erano i “mitici anni settanta” e stava avvenendo qualcosa d’incredibile: una rottura generazionale molto profonda. Mi sentivo molto diversa rispetto al modello che mi proponeva la mia famiglia, venendo da una tradizione conservatrice di stampo patriarcale e monarchico; respiravo in casa qualcosa che già a sedici anni non approvavo: oltre a non essere considerata dai miei genitori, che erano molto occupati in mille cose, sentivo per fortuna crescere dentro di me la forza di cercare altri modelli, altre ispirazioni.

Erano gli anni di piombo e un giorno, all’uscita di scuola, si sparse la notizia del rapimento di Aldo Moro. Ciò avveniva in un contesto in cui c’erano anche  occupazioni di case, ritrovi di femministe, consultori di donne che ti aiutavano anche in caso di gravidanze non desiderate e un generale fermento di tipo politico, sociale e culturale.

Un grande subbuglio nella giovane psiche che in quel momento attraversava l’adolescenza, e se da una parte ero fuggita da una scuola di suore, dove ero stata reclusa dai miei genitori impauriti e preoccupati di domarmi, dall’altra mi sono trovata in una scuola femminile pubblica dove si presentavano mille contraddizioni, anche cariche di forza e creatività.

In quegli anni di scuola superiore ho avuto professori che ci facevano praticare il training autogeno in classe, altri educazione sessuale e filosofia, con un grande trasporto, mentre altri facevano il loro lavoro come se andassero in fabbrica a timbrare il cartellino, senza alcuna emozione ed empatia.

In quest’ambiente appassionante e contraddittorio, anche se difficile per me, devo dire che stare ferma nel banco è stato sempre molto faticoso. Ho iniziato così a rivolgere il mio interesse al teatro di prosa, specialmente a quello di ricerca, da Samuel Beckett a Ionesco e al teatro delle donne. A quell’epoca c’erano tanti gruppi di teatro, ed io iniziai a frequentare il teatro Mascarà, teatro popolare d’arte, che organizzava incontri sull’improvvisazione, sulla gestualità, sulla liberazione del movimento con tematiche femminili.

Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta mi sono sempre più avvicinata alla danza; a Firenze arrivavano tanti artisti e c’era uno spazio che raccoglieva tante iniziative: si chiamava Teatro Affratellamento, una casa del popolo che aveva un teatro e due belle sale per gli stage. Questo luogo ha rappresentato per diverse persone, me compresa, l’opportunità di poter conoscere e sviluppare un linguaggio artistico e di movimento abbastanza unico.

Ho incontrato tante persone che erano già professioniste in questo campo e che portavano il loro lavoro sul palcoscenico, mi ricordo Laurie Booth, che insegnava Contact Improvisation e Nicolas Cincone con il suo teatro gestuale , altre che stavano cominciando come me ad affacciarsi al teatro, alla danza contemporanea, e al teatro danza. Questo primo incontro probabilmente ha rappresentato il punto di svolta della mia vita, nel senso che stavo cercando qualcosa tra la danza e il teatro e questa piccola esperienza mi ha fatto passare più dalla parte della danza. Fino ad allora ero stata prevenuta, e forse impaurita, rispetto al mondo accademico della danza moderna e contemporanea in Italia. All’epoca a Roma c’era l’accademia di balletto, oppure la compagnia dei danzatori scalzi di Elsa Piperno; non esistevano delle strutture che potevano dare una formazione di danza contemporanea e delle nuove tecniche di movimento come la Contact Improvisation e la tecnica Release. La Contact mi ha permesso di intravedere un altro possibile cammino:  percepire che dietro e dentro il mondo della danza non c’erano soltanto passi e sequenze ma anche un mondo di emozioni, e concezioni legate alla messa in discussione di quello che comunemente chiamiamo corpo danzante! mi sono resa conto che in questo nuovo modo di muoversi c’erano molte battaglie vinte e tante altre ancora da combattere. Non c’è voluto molto tempo per sentirmi parte di questa nuova famiglia: anche io stavo mettendo in discussione tanti valori; era l’inizio degli anni ottanta e la mia generazione cercava sempre nuovi linguaggi sia concernenti la comunicazione tra le persone che in senso artistico, inoltre a livello personale, provenendo da una famiglia con dei grossi tabù dal punto di vista del contatto fisico, per me è stata una esperienza molto utile e arricchente.

 

In questo crocicchio alcune di queste persone mi hanno ispirato molto, aiutandomi a dare un significato alla ricerca che avevo già intrapreso. Sono entrata in contatto con il regista americano Ron Bunzl, che con il suo” Teatro di ricerca affettiva”, attivo già dalla fine degli anni settanta a Pistoia, mi ha portato a sperimentare il linguaggio dell’improvvisazione con l’uso degli oggetti e la poetica della ricerca sensoriale. Abbiamo lavorato in diversi spettacoli in giro per l‘Italia. Uno spettacolo  che ricordo molto bene, perché all’epoca era arrivato come una cosa inaspettata e molto gradita, è stato un lavoro realizzato a Roma, in uno spazio che si chiamava “spazio zero”, un tendone da circo nel bel mezzo della città. All’epoca eravamo ospiti della  rassegna “New York, New dance, Nuova Danza”; noi collaborammo con il musicista di elettro- acustica Alvin Curran e con l’artista – danzatrice Simone Forti, allieva di Hanna Halprin. Simone ha fatto della sua vita una continua ricerca nel campo della sperimentazione del movimento in relazione con l’arte contemporanea; si è ispirata alle costruzioni dei giochi infantili sperimentando il funzionamento del corpo adulto in una situazione abituale per i bambini. Le sue performance tratteggiavano una nuova estetica fondata sull’esplorazione di luoghi alternativi al teatro come risultato di un ripensamento complessivo delle istituzioni e sulla sperimentazione di azioni quotidiane per scardinare le tecniche di movimento del passato.

Da questa prima esperienza ho deciso che volevo proseguire su questa strada: sentivo che pormi di fronte ad un pubblico, o frequentare uno stage di danza, mi avrebbe aiutato a sciogliere tanti nodi personali, il mio giovane corpo aveva incamerato tante insicurezze che con grande difficoltà si sarebbero sciolte. certo che il cammino sarebbe stato difficile, come poi è stato in effetti, ma a conti fatti devo dire che ne è valsa la pena.

Mi sento fortunata perché quel contesto è servito come trampolino di lancio per altre scoperte: sono entrata in contatto con lo studio Traut streiff Faggioni a Firenze, danzatrice nata nel 1910 a Genova, portavoce e testimone del pensiero di Emile Jaques Dalcroze, era stata ispirata dai principi della nuova danza teorizzata da Rudolf Laban, i cui insegnamenti erano stati ereditati e diffusi dai più grandi rappresentati dalla scena mitteleuropea, quale Mary Wigman, Kurt Jooss e tanti altri dell’espressionismo tedesco. La signora Faggioni, come tutti la chiamavano, era di grande sostegno per chi era interessato alla danza; ho frequentato alcune sue classi e ho apprezzato il suo metodo d’insegnamento e la sua grande passione, che riusciva a comunicare a tutti indiscriminatamente.

Ero molto colpita dall‘humus che si era creato nel suo studio grazie alle tante persone che nutrivano questa passione per la danza e per il movimento terapeutico. Nello studio ho incontrato Alessandro Certini, Charlotte Zerbey, Virgilio Sieni, Laura Corsi, Katie Duck, Silvia Sferlazzo, Elsa Mersi, Paola del Cucina e tante altre persone con cui avrei collaborato nel futuro e che ancora oggi incontro a Firenze.

Devo dire che personalmente le mie relazioni familiari in quegli anni stavano peggiorando vorticosamente: mi sentivo molto stretta e non riuscivo a pensarmi ancora a Firenze. La danza per me è stata un grande motore, così ho incominciato a cercare una formazione professionale.

 

Mi è stato suggerito di andare ad Amsterdam alla scuola che poi si chiamerà SNDO, School for New Dance Development e che allora si chiamava Teather School dipartimento danza moderna. Erano i primi anni ottanta quando ci sono approdata. Era ed è tutt’ora una scuola molto all’avanguardia, lo stile era unico in Europa. La caratteristica della scuola era la contaminazione con i nuovi metodi della nuova danza americana, e con  altri più tradizionali; Il suo intento era di esplorare numerosi argomenti paralleli alla danza, dalle neuroscienze al movimento puro, alle sperimentazioni della performance, all’ascolto del proprio corpo; si sperimentavano in tal modo tutte quelle tecniche che in quegli anni cominciavano a  farsi conoscere, come il movimento autentico , il body mind centering, la tecnica Alexander. La scuola si rivolgeva allo sviluppo della sfera percettiva, piuttosto che all’imitazione di un ideale corporeo.

Tra i direttori artistici c’era un ex ballerino del Nederland National ballet, jaap Flier, una persona, un ballerino di grande umanità e creatività.

Il mio incontro con la scuola è stato come un amore a prima vista, nonostante le difficoltà del clima e della lingua. Le lezioni che frequentavo nel corso di selezione per entrare nella scuola erano per me difficili, perché non avevo molta preparazione tecnica, ma mi sentivo molto stimolata a imparare e mettermi alla prova con me stessa, ed è ancora così oggi quando vado dal mio maestro di taiji a imparare i principi degli antichi cinesi.

Sono rimasta nella scuola quattro anni e ho completato il ciclo di studi, mi sono sentita una persona molto fortunata e ho appreso moltissimo. Se penso alle lezioni che ho frequentato con i vari maestri non posso che ringraziare di avere avuto questa opportunità: mi hanno dato una riconferma della  passione nei riguardi della danza e mi è servito a innestare i semi  del movimento somatico che poi ho praticato e insegnato negli anni successivi. La scuola ad Amsterdam è stato il punto di incontro delle altre  tre donne, prima Silvia, che già conoscevo essendo entrambe di Firenze, poi Adalisa che si è iscritta un anno dopo di me; per ultima  Elisabetta, con la quale ci siamo incontrate quando avevo già concluso il mio percorso scolastico.

Gli insegnamenti che mi hanno lasciato più il segno sono stati:

Il lavoro della tecnica Release  con John Rolland. Questa tecnica di rilascio, basato sul lavoro di Mabel Elsworth Todd,si fonda sull’idea che le immagini sono  in grado di migliorare l’allineamento scheletrico e la postura attraverso la ri-patterning delle vie neuromuscolari. Barbara Clark, Lulu Sweigard e altri hanno contribuito alla sua prima evoluzione. Sweigard prese in prestito la parola Ideokinesis , composto da due parole greche: IDEO (pensiero) e kinesis (movimento), Ideokinesis può essere tradotto approssimativamente come “l’immagine o pensato come facilitatore di movimento”.

Questa tecnica è nata intorno agli anni 70 negli Stati Uniti. I presupposti fondamentali sono: recuperare l’organicità del movimento, la fluidità, l’elasticità, la scioltezza delle articolazioni, la consapevolezza dello spazio, del peso. Sviluppare la propriocezione e imparare a muoversi senza imitare,  basandosi sull’ascolto del proprio corpo e sulle sensazioni cinestesiche individuali. Questo approccio al movimento e alla conoscenza del corpo è stato come mettere le fondamenta del lavoro che poi ho affrontato molti anni dopo quando ho deciso di frequentare la scuola del metodo Feldenkrais. Lavoro somatico per eccellenza.

L’incontro con Steve Paxton, Lisa Nelson, Nency stark Smith, mi ha profondamente emozionato: ho imparato in  questa ricerca di capacità sensoria  ad essere metamorfica come argilla,un corpo in divenire.

Persone, insegnanti, artisti, che con La loro cultura e entusiasmo comunicavano  in qualsiasi lezione perle di saggezza e di autentica conoscenza.

La Contact Improvisation è stata il mezzo con  cui ho sentito crescere dentro di me maggiore consapevolezza del mio corpo, grazie  all’improvvisazione e alla composizione coreografica istantanea. Portare l’attenzione sul rilassamento interno e l’apertura verso l’esterno, con l’ascolto, sono le basi, i fondamentali nelle azioni dinamiche, di spostamento nello spazio e di coppia, dal momento che le improvvisazioni che la compongono nascono dal contatto con altri partner in un gioco di leve, masse e ridistribuzione continua e fluida del peso corporeo. La scoperta e la pratica di questa forma di danza mi ha fatto sentire più sicura di me stessa, ho acquisito maggiore coscienza di quelle che erano le mie tendenze: la voglia di giocare e di essere comunicativa con gli altri, di assumermi la responsabilità di prendere su di me il loro peso, così come anche la capacità di lasciarmi andare al loro movimento.

In questi anni di studio, ho anche cominciato a creare degli spettacoli, delle strutture coreografiche che potessero supportare ed estendere il lavoro di improvvisazione. Ho cominciato ad esplorare il mio mondo onirico, che in quegli anni pullulava di tantissime immagini; il  percorso giornaliero della danza stimolava  di notte  il mio inconscio in maniera esponenziale, cosa che mi  faceva sentire l’urgenza e la voglia di indagare e trasformare questi segni-appunti in un materiale sia visivo che coreografico.

Finita la scuola dell SNDO, mi sono trovata a cercare altro nel campo della danza, non mi sentivo abbastanza sicura, mi serviva  qualche cosa che mi potesse dare più dimestichezza con la tecnica di danza contemporanea. Avevo sviluppato tanto materiale per affrontare un processo creativo, ma se volevo lavorare con qualche compagnia dovevo perfezionare la tecnica. Avevo avuto dei bravi insegnanti  all’SNDO tra cui : julien Hamilton, Paoline de  Groot, Trude Come.

Sono stata cinque mesi a New York e lì ho seguito molte classi. La città offre una varietà incredibile di lezioni, è stato come nuotare in un mare mosso, danzante che non finiva mai… molto bello. Poi è avvenuto  l’incontro con la scuola di Aikido. Non mi sarei aspettata di frequentare un dojo, invece è stato molto interessante. Sono entrata nel vivo con i concetti base che avevano costituito e influenzato la Contact Improvisation: Il movimento circolare, l’uso delle leve, l’utilizzo della forza dell’altro per assecondare il movimento e non contrastarlo, la centratura e il ‘grounding’ del corpo.

 

Tornata in Italia, ho continuato a studiare aikido e ho iniziato a lavorare professionalmente con compagnie di danza, ho inoltre cominciato a insegnare danza contemporanea e release technic a Firenze, Roma e Bologna in studi come l’Imago Lab di Simona Bucci , Oroboro di Elsa Mersi, Centro studi danza di Lilia Bertelli, Company Blu di Alessandro Certini. Studio Margutta di Entra’Act, Ials di Roma. Florence dance center.

 

In questi anni ho continuato la mia ricerca coreografica, parallelamente al lavoro con altri gruppi di danza. ho creato due assoli : ti con Zero e L’ambulante che ho presentato in diverse città d’Europa. Il primo  era legato  ad una ricerca  con variazioni di movimenti circolari, che potevano ricordare le danze dei Dervisci rotanti, una danza che evocava atmosfere immaginarie in cui il costume e le forme dei movimenti producevano continue trasformazioni. L’altro era dedicato alla storia dell’ambulante, metafora di una persona la cui vita è caratterizzata da continui spostamenti, con tutte le difficoltà dell’ essere nomade. Ispirato al libro di Peter Handke.

Questi assoli mi hanno portato  in giro per l’Europa, creando una ricca rete di incontri artistici e sono serviti come trampolino per altre produzioni coreografiche.

Siamo gia negli anni novanta, e mi sono resa conto che se continuavo a danzare a quel ritmo mi sarei fatta male, e in parte questo era già successo.

Mi interessava inoltre ampliare l’insegnamento del movimento e della danza anche a persone non professioniste, in particolare ai  bambini, quindi mi resi conto che  mi servivano altri strumenti, un approccio ancora più approfondito. Quando per tanti anni si eseguono movimenti ampi, coordinazioni complesse, avendo anche la fortuna di avere un corpo elastico, forte allo stesso tempo, non si considerano tutte le difficoltà che invece persone “normali” posso incontrare anche nello svolgimento di azioni semplici e quotidiane.

Ho sentito l’esigenza, dopo tanti anni di danza, di fermarmi per capire meglio cosa stava succedendo al mio corpo, di dare più spazio al mio sentire, piuttosto che a quello della mia ambizione o delle mie abitudini che lentamente si erano create dentro di me !!!

Mi sono orientata verso il metodo Feldenkrais: In quel momento in Italia c’erano molti centri di formazione.

Perché proprio il metodo Feldenkrais? Mi sono chiesta tante volte. Forse perché è un metodo somatico che è entrato nella sfera dei danzatori, perché ci sono sempre correnti rivoluzionarie, che come fiumi sotterranei ad un certo punto hanno la necessità di sbucare in superficie. Avevo voglia di rallentare la mia corsa, ho preso la responsabilità di ricominciare un po’ da capo, imparando nuovamente gesti lontani, infantili, legati ad antiche memorie, parti del nostro patrimonio genetico.

Di seguito alcune citazioni che fanno capire cosa sia questo viaggio verso lo sviluppo dell’intelligenza organica.

“La presa di coscienza e di messa in discussione delle nostre abitudini corporee, profondamente registrate negli schemi neuro-muscolari del sistema nervoso, influenzerà inevitabilmente e si rifletterà certamente sulla totalità della nostra persona.”

“Ogni nuova informazione introdotta, origina un nuovo stimolo che ne origina un altro e così via, proprio come un albero arricchisce la sua chioma con la crescita di nuovi giovani rami.”

“Ma come può un semplice movimento, che magari non è mai stato compiuto prima, essere la fonte di questa espansione delle nostre capacità di apprendimento?”

“L’uomo della società moderna, condizionato da un sistema educativo e culturale di massa, che spesso lo separa da se stesso, non ha imparato a conoscersi. Molte delle percezioni e delle conoscenze che ha del mondo, gli sono state trasmesse da altri, più che da un percorso di apprendimento esperienziale personale.”

“Ogni comprensione, ogni crescita però, si realizza soltanto attraverso l’esperienza personale. Si tratta quindi di affinare le nostre percezioni e il nostro senso cinestesico(percezione delle sensazioni). Ed è proprio di questo che si occupa il Metodo Feldenkrais, ovvero di allargare la consapevolezza che abbiamo rispetto a quello che facciamo automaticamente. “Quando sapete quello che fate, potete fare quello che volete”, affermava Moshe Feldenkrais, perché, senza informazioni che provengano da noi stessi, non possiamo fare altro che ripetere quello che ci viene trasmesso dagli altri.”

 “La tensione dello sforzo ci impedisce di ascoltare le nostre sensazioni, utili ad ampliare la nostra conoscenza, e quindi offusca ogni osservazione su noi stessi e sul mondo circostante.”

“Per imparare ad apprendere, bisogna ripulire i movimenti parassiti e inutili.”

“La nostra cultura e la nostra educazione ci spingono spesso a comportarci esattamente all’opposto: fare sempre di più, mentre qui si tratta di fare di meno, molto meno.”

“Un esempio: quando noi guardiamo verso sinistra, in genere, giriamo la testa e gli occhi verso questa direzione. Se però, mentre noi facciamo questo stesso movimento, giriamo la testa in un senso e gli occhi nell’altro, e poi ritorniamo a far girare gli occhi e la testa insieme, come all’inizio, possiamo constatare che, senza alcuno sforzo, la testa gira di più e che l’angolo di visione è aumentato.”

 

Questo approccio mi ha aiutato moltissimo a preservarmi da incidenti sul lavoro, ma anche mi ha messo a disposizione un grande vocabolario, molte ispirazioni, un atteggiamento equilibrato per poter accedere al lavoro d’insegnamento sia con i grandi che con i piccoli.

Ho avuto tramite la nascita di mio figlio la possibilità di osservare dal vivo tutte le fasi dello sviluppo ontologico e degli insegnamenti di Moshe Feldankrais. Di rendermi utile nella sua crescita per aiutarlo a sviluppare una fiducia nelle sue possibilità motorie e dargli il giusto sostegno per farlo sentire libero nei movimenti. Credo di essere riuscita abbastanza bene in questo. Avere la possibilità di osservare i vari passaggi della crescita di un bambino con occhi appassionati e vigili è un grande regalo che  la vita ci dona.

Da questo momento la mia vita professionale è cambiata notevolmente, ho continuato a fare degli spettacoli, ma  per via di mio figlio ho preferito allentare la mia attività di coreografa e danzatrice. Tornando a vivere a Firenze, molte iniziative mi si erano precluse, ci sono voluti tanti anni per ricreare un terreno fertile. Mi sono dedicata all’insegnamento del Feldenkrais, della danza contemporanea, portando a Firenze la mia esperienza di insegnante di Contact Improvisation, che avevo già iniziato a fare nella fine degli anni ottanta. Insieme all’aiuto di un  mio collaboratore danzatore, Piero Leccese, abbiamo organizzato lezioni  e jam con la partecipazione della musica dal vivo. Si stava diffondendo in Italia e nel mondo questo tipo di danza.

Ci sono stati gli incontri internazionali organizzati dalla coreografa Rossella Fiumi ad Orvieto, dove sono confluiti per anni intere generazioni di danzatori e appassionati nella sua Zip festival. Anche io credo di aver dato il mio contributo con i miei stage e le varie performance, inoltre  ho realizzato lo spettacolo “Nuvens”  prodotto dalla compagnia Alef di Rossella Fiumi dove ho utilizzato il linguaggio della Contact Improvisation, spettacolo ispirato dalla poetica di Fernando Pessoa “il libro dell’inquietudine”creato per  quattro danzatrici, debuttato al teatro Vascello di Roma.

 

La mia vita lavorativa ha avuto una grossa spinta dopo che mi sono diplomata come maestra Feldenkrais, mi ha dato soddisfazioni riuscire a portare il mio lavoro in varie realtà, comunità di attori, danzatori, scuole primarie e secondarie; fino a quando ho sentito la necessità di fermarmi in un luogo nella mia città, per continuare a creare net work con altre persone, artisti e insegnanti.

Insieme con una collega attrice, Ornella Esposito, che ha sviluppato un lavoro sul corpo – voce abbiamo aperto a Firenze uno studio, Garage performance Studio, uno spazio per far crescere percorsi formativi specialmente legati al movimento creativo e somatico. Abbiamo dovuto assecondare anche le mode del momento, che ha significato accogliere la danza aerea, attività che ci ha permesso per più di dieci anni di galleggiare e nel frattempo mantenere vivo il nostro lavoro d’insegnanti, e di coreografa nel mio caso, in un percorso di maggiore respiro e creatività. Certo non è stato facile  in questa realtà Italiana, dove il movimento vuol dire per il 90 per cento fitness  …

In questi ultimi dieci anni mi sono  dedicata ad un lavoro coreografico dedicato al mondo femminile, un trittico composto da una primo lavoro:Trame di donna, spettacolo dedicato ai miti greci da Aracne a Medusa, il secondo rivolto ad una favola di Maria Lai: La pietra e la Paura, il terzo, le Imperdonate è uno spettaco lotratto dal testo poetico della poetessa Liliana Ugolini.

Negli ultimi sei anni mi sono rivolta alla scoperta del Taiji e del Ci Gung, ho avuto la sensazione di richiudere il cerchio, nel senso che in tutte le discipline che ho studiato, come il Fendenkrais, la Contact Improvisation c’erano le basi delle arti marziali, l’aikido e il judo. Mi è servito a ricercare le fonti d’ispirazione di queste forme di movimento, mi ha stimolato molto, per creare delle relazioni, connessioni e una grande soddisfazione nel poter praticare ancora con gioia movimenti armoniosi. Praticare il Taiji è come danzare, sia da soli che in gruppo, meraviglioso specialmente in riva al mare o anche in un campo tra gli olivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Alessandra Palma di Cesnola

nata a Firenze, nel 1960.

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